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VeneziePost | 22/10/2015

Dopo Expo, il food oltre i confini nazionali e materiali

di Antonio Belloni*

Perché incontrarsi oggi a ragionare sulla Foodeconomy del proprio territorio? Quale è il senso del tour che si inaugurerà domani a Vicenza? Cinquanta o cento anni fa ci si riuniva d’autunno, sotto la luce fioca di una candela, a parlar davvero dell’economia del cibo, quella del podere, della cascina, della bottega. Davanti a un’aringa, un po’ di polenta, pochi stracci di carta sporca con sopra quattro numeri scritti male, e gli altri quattro a memoria. Nel vecchio tinello, davanti ad un camino ancora spento, tra il paron e il suo unico conduttore c’erano poche concrete parole in dialetto, sull’inverno a venire:

«…quest’anno non farà così freddo, magari risparmieremo sulla legna e se farà secco non marciranno le conserve… riusciremo a consegnare tutta la roba entro novembre…chissà…bisogna che incontriamo i vicini per mettersi d’accordo sui prezzi da spuntare al consorzio, altrimenti con l’annonaria continuiamo a perderci i schei…»

Il tempo, il sentore di una guerra in arrivo, il presidio faticoso dei mercati locali – oggi così vicini ma allora così lontani – e il fascio che pagava una volta sì, e una no. Erano queste le preoccupazioni di chi faceva cibo. Oggi così lontane dal Masterchef di Cracco e Bastianich, e da tanti fenomeni che ci sembrano la schiuma su un’onda che poi magari si spegnerà a riva.

Tra noi e loro, tra il camino e lo smartphone, tra la stalla e i codici a barre, l’invenzione della televisione, la diffusione dei libri, l’arrivo della pubblicità, dei suoi brand, del web.

Ma anche la Foodeconomy di allora aveva i suoi piccoli grandi tour: giù dall’Altopiano di Asiago fino a Vicenza era come andare in America, da San Daniele al mercato di Venezia era attraversare il Pacifico, scaricare al Porto Vecchio di Trieste il pescato davanti a Ravenna era il nostro modo di esportare, di internazionalizzarci alla vecchia maniera, in pochi chilometri; una distanza interminabile, anche se avevamo già scandagliato il Medioriente e raccontato, secoli prima, la Cina delle spezie.

Incontrarsi oggi per parlare di Foodeconomy vuol dire esser almeno consapevoli di questi due mondi nuovi: quello internazionale e quello immateriale. Significa riconoscere con mano la materica ruvidità dei prodotti conservati nel tempo, rispettati e accompagnati con tradizione fin qui, con fatica e sudore, e insieme accettare un nuovo piano, quasi inimmaginabile, da Ritorno al futuro, in cui sconfina il cibo di oggi.

È un esercizio veloce, ma complesso, fatto di Facebook, Instagram, programmi televisivi, chef-star, imprenditori-guru, che fa pensare ad un’effimera patina estetica, ma che scarica a terra punti di PIL e lavoro nelle nuove professioni che girano intorno al cibo impalpabile, quello che non mangiamo con la bocca, ma metabolizziamo con la mente.

Un mondo nuovo, che ci aiuta a sopportare la presenza quasi nauseante del cibo in tv – oltre 70 programmi – perché influenza i consumi in maniera positiva. Che ci manda il turista in cerca di radicchio o di moecche perché le ha viste in tv, o il risparmiatore che investe nell’Amarone perché oltre al piacere del palato sa riconoscere un business in espansione. Sono solo alcuni dei riflessi incondizionati della Foodeconomy di oggi, fatta anche di cibo immateriale. Quello che si trasforma in libri, eventi e trasmissioni tv.

Ma c’è anche un altro piano su cui riflettere, qualcosa che stavolta ci ha spinto a ragionare diversamente da prima, e che potremmo fare ancora meglio, se guardassimo indietro. Sta per concludersi EXPO2015, la nostra finale dei Mondiali vinta in dieci. Ci ha aiutato davvero? Ne abbiamo approfittato fino in fondo?

Da un lato ci ha costretto sicuramente, da più di un anno, a pensare al nostro food in maniera strategica. Ma cosa abbiamo guadagnato grazie ad EXPO? Per molti la risposta è incerta, se non negativa. In termini di fatturati è quasi impossibile da confermare, e fare una verifica non porterebbe ad una stretta correlazione tra l’evento e i ricavi.

Quindi che conclusioni trarre e cosa imparare? Per tanti piccoli e medi imprenditori del food EXPO2015 è stato uno stimolo efficace; l’EXPO ha significato buttarsi per la prima volta sul mercato della pubblicità, perdere la verginità estetica, pensare appunto al marketing ed alla pubblicità:

«…dobbiamo investire in campagne marketing…è il momento giusto: avremo tutto il mondo che ci guarda…ho assunto un esperto di social media, e un ufficio stampa specializzato in prodotti agroalimentari…»

Così EXPO è stato per molti, se non per tutti, un primo banco di prova della Foodeconomy immateriale. Come per i primi percorsi di internazionalizzazione, è stata una corsa istintiva, emotiva, quasi dilettantistica, in cui ci si è buttati a capofitto. Cosa abbiamo capito? La comunicazione è utile, è importante, ma per vederne i frutti concreti va pensata e tarata al millimetro, proprio come tutte le altre attività aziendali.

Con l’export invece, dopo gli errori istintivi del passato, abbiamo fatto meglio di prima. Siamo ormai consapevoli che il cibo italiano goda di un momento propizio, che all’estero si consumi sempre più italiano e che, grazie alle tecnologie, alle banche, agli esperti dei mercati esteri abbiamo affinato le armi e l’embargo russo, il rallentamento cinese e la temperie in Medioriente non ci fanno più paura. Ieri il mondo era piatto, oggi è multipolare, ma fa lo stesso: abbiamo capito, anche dalle Venezie, che se si gioca con le regole giuste, l’internazionalizzazione è ancora una buona strada.

Tutto rose e fiori? Niente affatto. Siamo solo a metà del guado e per decidere i prossimi passi da fare serve un altro incontro. Ancora davanti al camino e sempre con un po’ di numeri su carta, ed un po’ a memoria. Com’è nel nostro stile.

*Autore di Foodeconomy, Marsilio Editori
@antoniobelloni1

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